
Di ceffoni da mio padre ne ho presi parecchi, e dolorosi perché aveva la mano pesante. E anche da mia madre. Eppure i miei non erano dei bruti da poco usciti dalle caverne, erano degli intellettuali. Al mio fraterno amico G. toccavano invece delle cinghiate perché suo padre, durante la guerra era stato ufficiale di marina, abituato a metodi rudi. Né io né G. siamo usciti choccati da quelle esperienze. Allora erano normali. Non c’era, forse perché erano molti di più, la concentrazione ossessiva che c’è oggi sui bambini.
Negli anni ’50 noi ragazzini milanesi, proletari o borghesi che fossimo, vivevamo sulla strada e nei terrain vague. Praticamente ogni giorno ci prendevamo a botte. Chi si sottraeva era considerato un vigliacco.













